Venerdì 9 Ottobre, aggiornato alle 9:55

L’opinione di Carlo Ibba: “non si può morire a 38 anni perchè si è perso il lavoro. Io capisco”

L’opinione di Carlo Ibba: “non si può morire a 38 anni perchè si è perso il lavoro. Io capisco”

Il mal de vivre che ci rimanda alla poesia di Charles Boudelaire, in questi giorni ha avuto grande eco in occasione di un fatto di cronaca che ha visto un giovane pilota di appena 38 anni togliersi la vita. La sua Azienda per la quale lavorava Air Italay gli aveva comunicato il licenziamento, e a questo macigno molti hanno ricondotto l’insano gesto. Senza avventurarci in analisi che rischiano di portare lontanissimo, non si può non affermare comunque che la mancanza di benessere, derivato dal lavoro,  porta al disagio, che a sua volta può portare alla paura incontrollata del domani, e il sospetto che diventa ingovernabile di non potercela fare. Si tenga a mente l’età, le possibilità che una vita davanti offre. 38 anni sono pochi, per qualcuno sono l’inizio della vita, per altri è stata la fine. E il fatto ha indotto un nostro lettore a fare delle riflessioni, anch’esso passato per la sofferenza di un licenziamento, ma ci restituisce un uomo che la vita la affronta ancora con determinazione, voglia di lottare soprattutto per le future generazioni, perchè per il lavoro si vive, ma per il lavoro non si può morire.

 

Ho letto di un pilota Air Italy suicida dopo essere stato licenziato insieme ai colleghi, grande solidarietà a questo uomo di 38 anni e vicinanza alla famiglia” – comincia così la riflessione di Carlo Ibba che prosegue –

il licenziamento è cosa gravissima per chi lo subisce, a volte senza capirne il perché ed a volte ancora  avvallata da giudici che chiudendosi nel proprio ufficio non conoscono l’umanità nell’ applicare la legge. Essere licenziati molto spesso determina il decadimento fisico e morale, si incontra lo stress senza accorgersene fino ad arrivare all’esaurimento mentale. Essere licenziati significa anche affrontare problemi economici e per chi ha figli spiegare con grande difficoltà che molte cose non si possono più fare, le più banali, che vanno dal vestiario, ai libri di scuola, oppure doversi rivolgere alle associazioni di volontariato.

Essere licenziati significa portare un ESSERE al degrado di fronte alla società in cui il sostantivo LAVORATORE non ha più valore.

Io ci sono passato e stò ancora lottando. Molti di noi  hanno avuto l’dea di farla finita.  Ci siamo trovati tutto un tratto con l’ansia in corpo per affrontare creditori agguerriti, come banche assicurazioni ecc. ecc. essere sottoposti a pressioni insormontabili, dover affrontare i figli, la famiglia a volte nascondersi dagli sguardi, anzi nascondersi in toto nella propria abitazione. Affrontare i giudizi di persone, giornali giudici, questi ultimi avendo la pretesa di giudicare chi a torto o ragione in base alla propria convinzione o a valutazioni,  avvallando i licenziamenti con superficialità disarmante.

Il licenziamento è cosa crudele, infame, discriminante. Spesso sono le aziende che  assumono tagliatori di teste ( i licenziatori seriali) oppure i commissari, chiamati a fare fallire le aziende.

 Detto questo, grande responsabilità dei governi, complice del disfacimento di una compagnia, fiore all’occhiello della Sardegna, distrutta da chi doveva rilanciarla nel panorama AVIO nel mondo, oppure come il caso delle società di gestione degli aeroporti sardi, rivendute  a privati dove l’interesse è stato il profitto.

Sono molto vicino all’uomo di 38 anni suicida , ripeto ci sono passato, ma non mollo, fino alla fine combatterò per un principio ed è quello per cui un lavoratore non si può lasciare senza prospettive e senza un lavoro”.

 


Condividi: