“Calabona, A-Mare e l’ambientalismo a senso unico” – è l’inizio di una nota che riporta l’opinione di Gianfranco Langella, che interviene su un argomento spinoso , per usare i termini della società stessa “al centro di un complesso iter giudiziario che si protrae da quasi due anni. A fronte di due sequestri preventivi disposti dal GIP di Sassari (agosto 2024 e maggio 2025), prima la stessa Procura e poi il Tribunale del Riesame di Sassari hanno per due volte disposto il dissequestro. Il procedimento ha raggiunto la Corte di Cassazione, che ha rinviato al Tribunale del Riesame per un nuovo esame. Il Riesame, in sede di rinvio, ha confermato il sequestro nel marzo 2026 (LEGGI).
Afferma Langella : “Fa sorridere – amaramente – leggere certi attacchi contro A-Mare a Calabona, soprattutto quando arrivano da chi oggi si scopre improvvisamente ambientalista. Ma dov’erano?
Parliamoci chiaro: quella zona, per anni, è stata abbandonata a sé stessa. Non un paradiso incontaminato, ma un accumulo di degrado. Chi la conosce davvero – chi ci è cresciuto, chi ci ha passato giornate tra pesca e mare – sa benissimo di cosa stiamo parlando: rifiuti, sporco, perfino catrame. Da bambini si tornava a casa con il timore di essere rimproverati solo per essersi avvicinati a quell’area.
E oggi qualcuno vorrebbe raccontare che quello era un santuario naturale intoccabile?
La verità è un’altra. Quell’area è stata finalmente pulita, sistemata, resa fruibile. E lo è stata grazie a chi ha avuto il coraggio di investire, di metterci risorse e visione quando altri voltavano lo sguardo dall’altra parte.
A-Mare, al netto di tutto, ha rappresentato un tentativo concreto di riqualificazione. Si può discutere su modalità, autorizzazioni, scelte progettuali – è legittimo – ma trasformare chi interviene in un nemico dell’ambiente è semplicemente falso.
Dov’erano quando Calabona era nel degrado più totale? Dov’erano quando nessuno muoveva un dito? È troppo facile arrivare dopo, puntare il dito e parlare di danni irreversibili, non solo senza aver mai fatto nulla, ma senza aver mai vissuto e conosciuto davvero quel luogo. Perché lì c’è chi ci ha passato l’infanzia, chi ci ha giocato, chi sa cosa fosse realmente. E invece si continua a parlare per sentito dire.
Qui il problema non è l’ambiente. Il problema è un certo ambientalismo di facciata, quello che critica sempre e costruisce mai. Quello che si indigna a parole ma non ha mai sporcato le mani per migliorare davvero un luogo.
Perché difendere il territorio non significa lasciarlo all’abbandono. Significa prendersene cura, investire, renderlo vivibile. E questo, piaccia o no, qualcuno ha provato a farlo” conclude Gianfranco Langella
foto d’archivio








