Lunedì 12 Ottobre, aggiornato alle 15:01

La Sardegna “arancione”: bisogna avere il coraggio di rompere l’elastico, il lavoro sporco non lo devono fare sempre gli altri

La Sardegna “arancione”: bisogna avere il coraggio di rompere l’elastico, il lavoro sporco non lo devono fare sempre gli altri

La Sardegna è diventata area Arancione. La Sardegna, al pari della Lombardia per intenderci.

Con una differenza non di poco conto : noi siamo un’isola, con 1,6 milioni di abitanti, la Lombardia oltre 10 milioni. E ancora, noi non abbiamo metropoli, e centri urbani super affollati, non abbiamo aree industriali che muovono centinaia di migliaia di persone alla volta, che ogni mattina mettono in movimento milioni di persone, che mandano in sofferenza il sistema dei trasporti, che mandano in tilt e fuori controllo,  il sistema sanitario in caso di impennata della curva pandemica. No, noi non siamo tutto questo.

Noi, in Sardegna siamo quelli che hanno due poli urbani di grosse dimensioni al nord e al sud dell’isola, Sassari e Cagliari sono le nostre aeree metropolitane, che sommate non hanno gli abitanti della solo Monza-Brianza  Lombarda.

Eppure, ciò nonostante, siamo scivolati all’inferno anche noi. E si badi bene non è un inferno di poco conto è un inferno che si porta dietro le problematiche complesse di chiusure a “elastico” che lascia attoniti.

Una società, una realtà economica, quella sarda, fatta soprattutto di piccole aziende, è in ginocchio. Se si esclude del conteggio delle attività che sono fiorenti a prescindere,  quelle della grande distribuzione, dei supermercati, e dei centri commerciali, il resto è desertificato, boccheggiante, prossimo alla morte. Si pensi a tutte le attivita che ruotano nella ristorazione, nei servizi, nei bar, nei negozi di prossimità, sono al collasso, e con loro la filiera della produzione. Per queste attività il rischio di contrarre e contagiare è altissimo, per le altre, per quelle che a vederle da dentro lascia stupiti, nel notare la presenza di centinaia di persone che si muovono a contatto di gomito, in fila con distanziamento spesso annullato. E’ la contraddizione evidente di questa pandemia, è la ragion economica dei potentati che hanno imposto a chi governa condizioni onerose che stiamo pagando a carissimo prezzo. Ma a ben vedere le colpe, ci sono, e sono evidenti. Sono le colpe di chi procede ondivago, dando e togliendo, e poi ci consola facendo sentire la propria vicinanza verso chi è in difficoltà, a parole,  con i fatti che sono, a ben vedere, contradditori.

E a scanso di equivoci, qui non si vuole impallinare chi governa, perché si comprende benissimo che governare con un Virus che imperversa e uccide non è un gioco, ma chi governa ha il dovere di trovare percorsi, di essere impopolare, di fare e governare nell’interesse della collettività.

Ma è normale che la nostra Regione oggi si trovi in zona arancione solo perché il valore RT si è attestato a quota 0.95 e le terapie intensive sono sulla soglia di tolleranza a quota 30% di posti disponibili occupati?

E come leggere l’inaugurazione di ieri a Sassari di altri 30 posti letto di terapia intensiva, che se anticipati solo di qualche giorno, avrebbero portato l’indice attuale di PL disponibili, verso parametri migliori?

Nell’ultimo aggiornamento dell’Unità di crisi regionale sono risultati 457 i pazienti attualmente ricoverati in ospedale in reparti non intensivi (+8 rispetto al dato di ieri), sono invece 46  i pazienti in terapia intensiva. Troppi, con il rischio, in caso di ulteriore impennata di ricoveri per Covid,  che non possano rimanere  Pl per pazienti che verranno colpiti da altre patologie che obbligano alla degenza ospedaliera.

E allora è il Ministero che si accolla l’onere e l’impopolarità, con gli imprechi conseguenti, di decretare la colorazione dell’isola, che diventa di colpo arancione. Da Sardegna Covid free, con il bombardamento mediatico avvenuto nei giorni scorsi, per uno screening in Ogliastra che ha detto tanto, ma, per ora, è fine a se stesso, a Sardegna colorata di quella tinta arancione, che nesuno si aspettava, sentiti i proclami dei giorni scorsi.

E se del caso qualcuno a livello regionale, cominciasse a pensare che una chiusura senza distinzioni, senza deroghe, senza strizzate d’occhio in chiave elettorale, sia salutare, metta in campo strategie che abbiano un taglio secco con un “elastico” che sta danneggiando un tessuto sociale, più di quanto non sarebbe se si fossero fermate le attività per un periodo continuo, senza se e senza ma, senza deroghe contenute in ordinanze discutibile. E se del caso si volesse procedere nel chiudere aree regionali ben identificabili, lo si faccia, subito, in maniera drastica, perché di questo passo, avanti non  si può andare. E se c’è da diventare impopolari, di perdere qualche filo di consenso, si abbia il coraggio di osare, perché non è possibile e pensabile che siano sempre gli altri a fare quel lavoro sporco necessitante, compreso quel giro di vite nei controlli delle persone, dove troppe credono, che questo sia un problema che riguarda solo “gli altri”.


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