Mi piace quando nell’arco di 24 ore si passa dalle esortazioni sul baseball, all’agricoltura, dalla sanità, alla poseidonia, alla richiesta di dimissioni.
Ma, per un attimo mettiamo da parte la maionese politica.
Siccome è da mesi che studio una via politico-amministrativa per rifunzionalizzare il compendio di Surigheddu e Mamuntanas, colgo l’occasione per dare un contributo al dibattito aperto dall’amico Gianni Martinelli affinché l’opinione pubblica abbia qualche elemento in più per formarsi un’ idea non campata per aria.
In questi giorni, dicevo, si è aperto un dibattito che considero utile, perché rimettere al centro il tema del settore primario è sempre un segnale positivo.
Ma proprio per questo, credo sia necessario uscire dalla dimensione emotiva ed entrare in quella dell’analisi sulla base di informazioni concrete.
Ho approfondito il tema insieme a tecnici e agronomi, andando oltre le percezioni.
I dati sono impietosi.
L’agricoltura italiana, negli ultimi quarant’anni, ha subito una trasformazione profonda:
le aziende sono diminuite di oltre il 60%, e in Sardegna, solo nell’ultimo decennio, si è passati da oltre 60.000 a poco più di 47.000 aziende attive.
Significa che il sistema ha progressivamente espulso le realtà meno competitive e ha premiato chi è riuscito a crescere in dimensione, organizzazione e capacità di stare sul mercato.
Dunque il modello agricolo che regge, oggi, è basato sulla scala produttiva, e non vuole frammentazione.
Pensare di rimettere in produzione centinaia di ettari attraverso una parcellizzazione sarebbe dunque, un fallimento annunciato.
Tradotto: servono aziende grandi, strutturate, già competitive sul mercato.
C’è poi un secondo elemento, spesso completamente sottovalutato, ovvero la qualità dei terreni.
Parliamo di superfici rimaste incolte per tanti, troppi anni.
Il recupero produttivo dunque non sarebbe immediato, anzi richiede interventi di bonifica complessi che comportano tempi lunghissimi per il ripristino dell’equilibrio biologico delle terre, con investimenti enormi senza ritorni nel breve, medio periodo.
Questa sarebbe la fase più delicata e più costosa.
Il terzo punto, drammaticamente impattante è la logistica.
Operare in Sardegna significa confrontarsi con maggiori costi di trasporto complessità nella distribuzione, minore prossimità ai grandi mercati distributivi.
Questo incide direttamente sulla sostenibilità economica delle produzioni, soprattutto quando non sono ad alto valore aggiunto.
Insomma, mettendo insieme questi fattori, emerge un dato oggettivo, cioè, che non siamo di fronte ad un intervento semplice, ma ci approcciamo ad una operazione economica e produttiva complessa, che richiede un modello di sviluppo chiaro, una filiera strutturata, con soggetti disposti ad immettere una forte intensità di capitale, e soprattutto capaci di attendere un ritorno dall’investimento in tempi medio-lunghi.
Per questo credo che il punto non sia “essere favorevoli o contrari”, ma come affrontare la sfida senza superficialità, per non rischiare di costruire aspettative che non possono reggere alla prova dei fatti.
Se invece, insieme alla RAS ( è quello che stiamo facendo) affronteremo con metodo il tema della messa a reddito del compendio, potremo trasformarlo in una vera opportunità.
Il dibattito serve, ma deve evolvere.
Perché tra l’idea di “far ripartire la terra” e la capacità di farlo davvero, c’è in mezzo tutto ciò che spesso si evita di dire, o tutto ciò che si dice senza sapere” chiude Enrico daga Assessore Al Bilancio e Programmazione nella Giunta Cacciotto






