Venerdì 24 Maggio, aggiornato alle 21:32

Pier Luigi Alvau: In ricordo di Paolo Taviani

Pier Luigi Alvau: In ricordo di Paolo Taviani

Il forte e più marcato ricordo che ho di Paolo Taviani risale a quando girai la mia prima scena di “Padre Padrone” nella valle adiacente la basilica di Saccargia.
Dei due “Fratelli” era quello apparentemente più comunicativo con il cast. Sembrava quasi che fosse il portavoce dei “Fratelli Taviani”. Impartiva con marcata competenza le direttive a quella frotta di giovani attori, qualcuno dei quali forse speranzoso di una eventuale carriera artistica.
Anche quel giorno Paolo Taviani ci distribuì le battute che avremmo dovuto scambiarci durante la scena e facemmo alcune prove anche delle pose e degli atteggiamenti che ciascuno di noi avrebbe dovuto assumere.
Dopo il “ciak” ed il fatidico e marziale termine “Azione!”, scandito con austera sicurezza proprio da Paolo, la scena prevedeva un dialogo a quattro dove io avevo la seconda e più lunga battuta data in risposta alla conversazione in corso. Pronunciai quattro o cinque parole, dimenticando tutto il resto, impappinandomi all’inverosimile, fino a tacere definitivamente con un improvviso rossore per l’imbarazzo che sicuramente superava il trucco del viso. Subito dopo l’energico “Stop!”, impartito contemporaneamente e all’unisono dai “Fratelli”, vidi Paolo Taviani che si dirigeva verso di me. Ci dividevano una quindicina di metri ed una manciata di secondi perché mi fosse di fronte. Ebbi comunque tutto il tempo per ipotizzare cosa sarebbe potuto succedere: mi avrebbe urlato addosso per la mia improvvisa amnesia o per la mia apparente insufficiente applicazione? O, peggio ancora, mi avrebbe congedato da quell’esperienza proprio sul campo tra le risate di tecnici, costumisti, attrezzisti, operatori e fonici? Mi sentivo come uno di quei peones messicani che negli western di quegli anni vedeva avanzare verso sè Lee Van Cleef. Decisi che l’avrei interrotto appena avesse iniziato ad inveire e che avrei lasciato per terra, sul set, quasi tutti gli indumenti che indossavo per la scena e sarei andato via sbattendo una porta che non c’era senza dire una parola.
Invece quel signore, dal portamento fintamente dimesso ma elegante, quando fu a due metri da me accennò un sorriso mascherato anche dal grigiore novembrino di quella giornata e avvicinatosi mi posò con pacatezza una mano sulla spalla e mi disse: “Tranquillo Pier Luigi, ora la rifacciamo”. L’avrei abbracciato per quel suo gesto di cortesia, comprensione ed umanità di cui mi sentivo colpevole di non averne colto l’essenza fin dall’inizio.
Quell’abbraccio materiale che non potei dare sul momento a Paolo Taviani glielo resi il giorno del pranzo di fine lavorazione di “Padre Padrone”, quando in una sala riservata dell’Hotel Jolly di Sassari, davanti a suo fratello Vittorio ed il loro “aiuto” Giampiero Cubeddu -mio insegnante e maestro di recitazione ed arte scenica- dovetti mio malgrado rinunciare ad una interessantissima proposta per un successivo lavoro. Dovevo però ultimare gli esami del mio corso di laurea e la proposta prevedeva una trasferta di alcuni mesi in “continente” che avrebbe ritardato il mio obiettivo primario di quegli anni.
Resta il ricordo indelebile di un uomo straordinario, Paolo Taviani, che insieme a quello di suo fratello Vittorio è per me ancora oggi vivo e sentito.

Pier Luigi Alvau


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