Domenica 11 Ottobre, aggiornato alle 19:42

L’opinione di Paola Correddu – La sorveglianza attiva, l’autocertificazione e il problema del fai da te

L’opinione di Paola Correddu – La sorveglianza attiva, l’autocertificazione e il problema del fai da te

LA SORVEGLIANZA SANITARIA

Il nuovo decreto quarantena, che entrerà in vigore dal 10 di gennaio, ha giustamente ridefinito le misure di contenimento della diffusione del covid-19, alla luce di due dati:

  • la variante omicron, sebbene molto contagiosa, non pare accompagnata da un incremento delle complicanze gravi e dell’ospedalizzazione
  • l’elevata adesione degli Italiani alla campagna vaccinale che attenua notevolmente la sintomatologia rendendola molto simile ad una sindrome influenzale.

Avere la consapevolezza che l’85,91% della popolazione sopra i 12 anni ha completato il primo ciclo vaccinale, valore che sale all’89,78% se si tiene conto di chi ha ricevuto una sola dose e dei guariti da massimo sei mesi, consente di contrastare il virus con maggiore tranquillità e con misure meno rigide (questo vale solo per chi si è vaccinato ovviamente).

Ma se ha senso ridurre i tempi di quarantena, è molto pericoloso invece far saltare la macchina della sorveglianza sanitaria che deve continuare ad avere il controllo della situazione non solo per avere dati statistici sempre aggiornati ma anche per individuare la comparsa di nuove varianti e di eventuali nuove recrudescenze che non possono trovarci impreparati e disorganizzati.

Abbiamo sempre saputo, perchè questo ci è stato detto, che i test rapidi, soprattutto quelli autosomministrati, non si configurano come test diagnostici ma di screening, il cui risultato preliminare positivo va confermato mediante tampone molecolare attraverso un’azione di sanità pubblica che deve accertare lo stato di infezione e/o di malattia e l’eventuale presenza di condizioni cliniche di base che rendano il paziente meritevole di maggiore attenzione.

La diagnosi, che è un atto medico, deve continuare ad essere una competenza del Dipartimento di Prevenzione e non può essere lasciato in capo al singolo individuo. Deve essere il SSN ad accertare i positivi mediante tampone eseguito da un sanitario e processato in laboratorio, gratuitamente, e sempre il SSN deve gestire, in collaborazione con i Medici di Famiglia, i casi sintomatici, attestandone la guarigione mediante tampone di controllo che poi consentirà al Medico di Famiglia di rilasciare l’apposita certificazione per il rientro a lavoro.

In questo momento il sistema di sorveglianza sanitaria è in tilt. La diagnosi è lasciata al fai da te. I pazienti, regolarmente segnalati alle autorità sanitarie, non vengono contattati e così nessuno certifica il loro stato di infezione e/o di malattia.

Questo pone una serie di problemi burocratici di non poco conto.
Se la diagnosi consegue alla somministrazione di tamponi autosomministrati, chi può certificare il rientro sul posto di lavoro visto che non c’è un riscontro oggettivo? Ci si affida all’autocertificazione?

E se non c’è un riscontro oggettivo e dunque non c’è un accertamento diretto da parte del sistema sanitario pubblico dello stato di infezione/malattia, come può il sistema considerare quel paziente guarito, rinnovando così automaticamente un green pass in scadenza e facendo slittare di 120 l’eventuale somministrazione della terza dose? Anche qui si va per autocertificazione?

E non c’è il rischio, se passa la logica autocertificativa, che i no vax dichiarino falsamente di aver avuto la malattia per ottenere il green pass?

Insomma, la volontà di semplificare la vita di ciascuno di noi rischia di essere inficiata da questi inciampi burocratici che potrebbero causare non pochi grattacapi.


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