Venerdì 9 Ottobre, aggiornato alle 21:34

Italea: “Gli emigrati sardi sono due milioni, è arrivato il momento di riportarli a casa”

Italea: “Gli emigrati sardi sono due milioni, è arrivato il momento di riportarli a casa”

Italea, la piattaforma nazionale dedicata al turismo delle origini, ha organizzato ad Asuni (Oristano) una tre giorni che disegna il futuro del legame tra Sardegna e la sua diaspora. Riscoprire l’identità e il potenziale turistico che può derivare dal rapporto con chi ha lasciato l’Isola è il primo obiettivo di una rinascita, che guarda al mercato ma anche allo spopolamento

Non è una statistica. È un esodo. Due milioni di sardi vivono lontani dalla loro terra, e il numero dice molto più della somma dei passaporti: racconta un vuoto. Eppure, oggi qualcosa si muove. Si muove ad Asuni, nel cuore dell’Isola che non dimentica, dove per tre giorni ci si è guardati indietro non per rimpiangere, ma per ricominciare.
Il progetto si chiama Italea e nasce per dare forma a un’idea semplice e potente: il turismo delle radici. Che non è turismo, in verità. È una forma di ritorno, una geografia affettiva che percorre memorie familiari, dialetti imparati da bambini senza sapere che erano lingue, ricette fatte senza dosi, storie raccontate più volte, mai abbastanza.
Ad Asuni c’è un Museo dell’Emigrazione che raccoglie queste tracce come si raccoglie il pane caduto: con rispetto, con cura. E proprio lì si è tenuto l’incontro “Radici in viaggio – Il futuro del turismo delle radici”, un nome che sembra già una poesia. Sono intervenuti studiosi, rappresentanti delle istituzioni, membri della diaspora sarda. Ma soprattutto, è intervenuta la memoria collettiva di un popolo che ha sempre saputo partire, ma non ha mai smesso di appartenere.
“Chi sono? Dove sono? Come possiamo farli tornare?” ha chiesto Andrea Vallebona, promotore dell’iniziativa. Sono domande giuste, ma incompiute. Perché forse non si tratta tanto di riportare a casa, quanto di riconoscere casa ovunque un sardo abbia portato un pezzo di Sardegna.
Il Ministero degli Esteri c’era, con Daniele Soro, a parlare di genealogia, identità, appartenenza. Belle parole, se si traducono in diritti. La Regione Sardegna era rappresentata da Marzia Cilloccu, che ha messo sul tavolo una consapevolezza che spesso manca: chi parte non taglia le radici, le allunga. E quelle radici sono ora una risorsa.
Il turismo delle origini, lo chiamano. Ma se lo si guarda bene, è molto di più. È una possibilità per ricucire lo strappo con le zone interne, con i paesi svuotati, con le madri che non hanno più figli da aspettare al portone. È una strategia, certo. Ma prima ancora è un gesto d’amore.
Non basterà farli tornare per un’estate o una sagra. Bisognerà offrire loro qualcosa di più: una visione. Un’Isola che non sia solo da visitare, ma in cui valga la pena restare. O tornare per costruire.
E forse allora, quei due milioni di sardi nel mondo non saranno più il segno di ciò che manca, ma la prova di ciò che resiste.


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