Martedì 11 Agosto, aggiornato alle 16:12

Capelli su Sanità territoriale, Case e Ospedali di Comunità: il target PNRR non coincide con la riforma annunciata ai cittadini

Capelli su Sanità territoriale, Case e Ospedali di Comunità: il target PNRR non coincide con la riforma annunciata ai cittadini

“Le recenti dichiarazioni della Presidente Todde sul raggiungimento e sul superamento dei target PNRR relativi alle Case della Comunità e agli Ospedali di Comunità impongono una precisazione necessaria.

Il rispetto delle scadenze PNRR, il completamento degli interventi edilizi, l’adeguamento delle sedi, l’acquisto delle tecnologie e la messa a disposizione delle strutture rappresentano certamente un fatto positivo. Nessuno ha interesse a negare l’importanza di non perdere risorse destinate alla sanità sarda.

Ma il punto politico e sanitario è un altro.

Il raggiungimento di un target amministrativo non equivale alla piena operatività della sanità territoriale. Una struttura completata, arredata o tecnologicamente attrezzata non coincide automaticamente con un servizio sanitario capace di prendere in carico i cittadini.

Una Casa della Comunità non è semplicemente un edificio con una nuova targa. Deve essere un luogo nel quale il cittadino trova accesso, orientamento, personale, prestazioni, presa in carico della cronicità, integrazione con i medici di medicina generale, i pediatri, gli specialisti, i distretti, i servizi sociali e l’assistenza domiciliare.

Allo stesso modo, un Ospedale di Comunità non è un reparto di appoggio né una lungodegenza mascherata. È un presidio intermedio tra domicilio e ospedale, destinato a pazienti a bassa intensità clinica che necessitano di assistenza infermieristica, sorveglianza sanitaria, stabilizzazione e accompagnamento verso il rientro a casa o verso altra destinazione appropriata.

Per questo non basta dire che le strutture sono state “attivate”. La parola attivazione, in sanità, ha un significato preciso: significa servizi effettivi, personale assegnato, orari certi, percorsi di accesso definiti, responsabilità chiare, collegamento con le Centrali Operative Territoriali, procedure per le dimissioni protette, integrazione tra ospedale e territorio, indicatori pubblici di attività e di risultato.

Senza questi elementi si realizza un’infrastruttura, ma non ancora una rete assistenziale.

La questione è particolarmente delicata nei territori interni e nel Nuorese, dove l’Ospedale San Francesco continua a sostenere una pressione enorme. Una parte significativa dei pazienti che arriva in ospedale presenta bisogni che non sono esclusivamente clinici, ma anche sociali, familiari, assistenziali e domiciliari. Proprio questi bisogni dovrebbero essere intercettati da una medicina territoriale organizzata, capace di prevenire accessi impropri, accompagnare le dimissioni e sostenere le fragilità prima che diventino emergenza.

Se questa rete non è ancora pienamente funzionante, il rischio è di produrre l’effetto opposto rispetto a quello annunciato.

Destinare personale sanitario a strutture territoriali non ancora capaci di erogare servizi completi, continui e misurabili può indebolire ulteriormente gli ospedali già in sofferenza, senza offrire ai cittadini una vera alternativa assistenziale.

Non si può indebolire l’ospedale oggi in nome di un territorio che, nei fatti, non è ancora pronto a sostituirlo.

La sanità territoriale è indispensabile, ma deve essere vera. Deve aggiungere capacità di risposta al sistema, non sottrarre risorse ai reparti ospedalieri, ai Pronto Soccorso, alle medicine, alle geriatrie, alle dimissioni protette e ai servizi che oggi reggono con fatica l’urgenza quotidiana.

La transizione verso il nuovo modello previsto dal DM 77 deve essere governata con serietà. Prima occorre rendere funzionante la rete; poi si può riorganizzare stabilmente il personale. Fare il contrario significa spostare risorse sulla carta, lasciando scoperti sia l’ospedale sia il territorio.

La Regione Sardegna deve quindi smettere di confondere il piano amministrativo con quello assistenziale. Sono due piani diversi. Sovrapporli significa offrire ai sardi una rappresentazione incompleta della realtà.

Per parlare davvero di sanità territoriale servono dati chiari: quali strutture sono operative, con quale personale, con quali servizi, con quali orari, con quali prestazioni, con quale collegamento alle COT, con quale rapporto con i medici di base, con quali percorsi di dimissione protetta, con quali risultati sulla riduzione degli accessi impropri ai Pronto Soccorso e dei ricoveri evitabili.

La Sardegna ha certamente bisogno di Case della Comunità e Ospedali di Comunità. Ma ha bisogno soprattutto che funzionino.

La Presidente/Assessora , la pletora di onerosi consulenti e DG part time ne hanno mai parlato prima  con medici e operatori sanitari di frontiera? Dalla scrivania e dai palchi la visuale è ridotta!

 

Roberto Capelli

 


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