“Mentre la sanità da scrivania e da palcoscenico proclama ogni giorno successi virtuali, nei reparti del San Francesco di Nuoro la realtà racconta altro.
Racconta stanze di degenza calde, pazienti fragili esposti a condizioni microclimatiche inaccettabili, familiari costretti a portare da casa ventilatori privati per garantire ai propri cari un minimo di sollievo.
Racconta operatori sanitari stanchi, spesso inascoltati, alcuni ormai con la valigia in mano. Racconta una sanità nella quale chi sta in prima linea viene lasciato solo, mentre troppo spesso avanzano logiche di appartenenza, protezione e carriera che nulla hanno a che vedere con il merito, la competenza e il servizio ai cittadini.
E racconta anche un fatto ancora più grave: letti di pazienti sistemati nei corridoi, come documenta l’immagine allegata.
Un letto di degenza in corridoio, con un paziente presente, non è una normale soluzione organizzativa. È il segno visibile di un ospedale sotto pressione, di reparti che non reggono più, di una dignità del ricovero compressa oltre il limite.
Questa non è normalità. Non è emergenza imprevedibile. È cattiva organizzazione. E lo è ancora di più in una fase nella quale le risorse finanziarie disponibili vengono annunciate come mai prima.
Ma il problema del San Francesco non è solo il caldo.
Il San Francesco si sta svuotando.
Ma non di pazienti. Di medici.
Questa è la ferita più profonda. Perché quando un ospedale perde medici non perde semplicemente personale: perde capacità di cura, continuità assistenziale, sicurezza clinica, tempi di risposta, fiducia dei cittadini e forza degli stessi operatori che restano.
Dai primi giorni di luglio temo che si vedranno con maggiore chiarezza gli effetti delle ultime determine e delle decisioni organizzative assunte senza un piano realmente condiviso con chi lavora nei reparti: medici, infermieri, OSS, operatori sanitari di frontiera, cioè coloro che conoscono ogni giorno i turni, le urgenze, i pazienti, le fragilità e i rischi.
Spero di sbagliarmi.
Lo spero sinceramente.
Ma se quelle decisioni produrranno ulteriori disagi, nuovi vuoti, liste d’attesa ancora più lunghe e reparti ancora più fragili, nessuno potrà dire che non era stato avvertito.
Chi lavora nei reparti va ascoltato prima, non informato dopo. Chi tiene in piedi ogni giorno i servizi non può essere trattato come una variabile amministrativa. Chi conosce la realtà non può subire decisioni prese lontano dalla corsia.
E intanto si annunciano nuovi fondi, nuovi progetti, nuovi cantieri futuri.
Ma i pazienti non si curano con gli annunci. Gli anziani non possono aspettare l’ennesimo progetto. Le famiglie non possono diventare il piano di emergenza dell’ospedale pubblico.
Per questo ritengo necessario l’intervento degli organi competenti, compresi NAS e Spresal, affinché venga verificato se le condizioni attuali siano compatibili con la tutela della salute dei pazienti, con la sicurezza degli operatori e con la dignità minima che un ospedale pubblico deve garantire.
Non chiedo favori per Nuoro, chiedo dignità per Nuoro.
Chiedo che il suo ospedale non venga lasciato scivolare lentamente verso il depotenziamento. Chiedo che i pazienti non vengano curati nei corridoi. Chiedo che medici e operatori sanitari non siano costretti ad andarsene o messi nelle condizioni di non poter più reggere.
Chiedo che chi decide esca dalle stanze fresche e vada a vedere cosa accade davvero nei reparti.
Perché la sanità pubblica non si misura nelle conferenze stampa.
Si misura lì: accanto a un letto, in una corsia, davanti a un paziente fragile che aspetta cura, aria, dignità e rispetto” Chiude Roberto Capelli esponente di Base Popolare
Foto scattata il 27 giugno 2026 alle ore 13.45










