ALGHERO – C’era una volta la cuina de l’alguer, quella fatta di memoria, di pescato del giorno che incontrava la terra, di rituali lenti e codici tramandati nei vicoli del centro storico, tra via Maiorca, Via Arduino, vicolo Buragna e la placa de la Misericordia. E poi c’è il “Minestrone Algherese” versione 2.0: un’operazione nostalgico-gastronomica che rischia di trasformare la cultura locale nell’ennesimo souvenir usa e getta per turisti a caccia di “autenticità” preconfezionata.
Negli ultimi tempi, la riscoperta delle tradizioni locali è passata da legittimo orgoglio identitario a format commerciale. Il caso del minestrone tipico, piatto che storicamente univa le verdure degli orti della periferia con i sapori del nostro mare, è emblematico di una tendenza più ampia: la turistificazione del folclore.
Il meccanismo è collaudato. Si prende un elemento della tradizione povera, lo si ammanta di un’aura di leggenda ancestrale, si aggiunge una spruzzata di canti e balli , a beneficio di smartphone e si serve il tutto su un vassoio di marketing territoriale.
Intendiamoci, promuovere il territorio attraverso il “piatto tipico” non è solo lecito, è sacrosanto. Il problema sorge quando il confine tra divulgazione culturale e sfruttamento commerciale si fa così labile da sparire.
Oggi si rischia di vendere non tanto il piatto, ma l’illusione di un’esperienza,” commentano alcuni algheresi con schiena dritta e fronte alta, fra i pochi sopravvissuti della Riviera del Corallo, che guardano con scetticismo alle kermesse che debordano e finiscono per improvvisare tutto. Senza cuore e senza anima.
“Il minestrone algherese era il piatto del riciclo, della sussistenza, ottimo, tipico. Vederlo trasformato in un trend di lusso o in un’attrazione da baraccone svilisce la nostra storia.”
Il rischio più grande di questa tendenza è la semplificazione. Per rendere un prodotto appetibile al grande pubblico estivo, la complessità della cultura algherese viene ridotta a una serie di cliché: la lingua usata come jingle pubblicitario e non come patrimonio vivo. I piatti tipici persi, sviliti da proposte che non ci appartengono per storia e tradizione.
E c’è la messinscena di una tradizione , buona solo per una foto su Instagram.
Quando la cultura si piega esclusivamente a fini commerciali, cessa di essere un elemento identitario in cui la comunità si riconosce e diventa una scenografia. Si assiste così a una sorta di “disneyfazione” di Alghero, dove il “minestrone” non racconta più la fame, l’ingegno e la storia dei nostri nonni, ma risponde solo alle logiche del profitto e del riempimento dei tavoli.
Alghero non ha bisogno di inventarsi tradizioni artificiali o di spettacolarizzare quelle esistenti per vendere qualche coperto in più. La sua storia – unica isola linguistica catalana d’Italia – è già abbastanza ricca e affascinante da sola.
Se vogliamo che il “Minestrone Algherese” rimanga cultura e non solo un capitolo del bilancio aziendale di qualche agenzia di eventi, è necessario rimettere al centro la comunità. La tradizione non è un museo delle cere da lucidare a favore di turista; è un fuoco da alimentare con rispetto, rigore filologico e, soprattutto, un briciolo di onestà intellettuale. Altrimenti, ciò che rimarrà nel piatto sarà solo un brodo molto allungato. Che di Alghero non ha niente.







