Buon 2026 a tutti, e a tutto il mondo. Che sia un anno ricco, prospero e soprattutto di pace.
Si, pace, quella che si auspica, si invoca, che è mera enunciazione. Una parola svuotata.
Il mondo si è smarrito, colpa degli egoismi personali di governanti pro tempore, di intolleranze che viaggiano sul filo di un rasoio, dove la religione è usata come un pretesto, dove fondamentalismi e dittature si incrociano determinando scenari di guerra, dove di certo c’è solo la devastazione di intere aree e la morte di centinaia di migliaia di persone. E si parla di pace.
Ieri altro shock per il mondo, quello che si identifica con la democrazia e l’autodeterminazione di popoli. Ieri altro colpo mortale al Diritto internazionale, quelle regole che ognuno e ogni stato dovrebbe osservare.
L’attacco USA al Venezuela e la cattura del presidente Maduro evidenziano una complessa crisi geopolitica con forti implicazioni per il diritto internazionale. Polverizzato.
Sebbene motivata da questioni di sicurezza e lotta al narcotraffico, questa azione ha scatenato un dibattito globale sull’uso della forza militare, la sovranità degli Stati e il rispetto delle norme internazionali.
Da ieri la comunità internazionale si trova di fronte alla sfida di promuovere un percorso di pace sostenibile e legittimo, evitando l’escalation di conflitti militari e preservando il principio fondamentale della non ingerenza negli affari interni degli Stati sovrani.
Enunciazione, di fatto, convenevole, perché nella realtà i la geopolitica mondiale si regge su un mero rapporto di forza. Forza militare, usata in uno scacchiere che non è più quello definito di influenza, come da trattati sottoscritti fra le nazioni.
La forza si fa valere ovunque, in ogni contesto, con una specificità: meglio se su territori ricchi di materie prime. Il denaro e ragioni prettamente economiche arrivano prima di tutto. Le nazioni, il diritto internazionale, le regole, le sovranità dei popoli, diventano variabili, non capisaldi del vivere, inamovibili. Frana il diritto, e il mondo ruota su posizioni dominanti di forza. E ci si divide.
Ci si divide, non si condanna a priori. C’è una disarmante propensione alla giustificazione, di usare quel condizionale che bisognerebbe bandire dal vocabolario.
Perché oggi, non ci si deve interrogare se il bliz in Venezuela sia giusto, oggi la domanda che ci si deve porre è: chi decide? Si può pensare che il rapporto di forza sia l’unico fattore che può far muovere uno stato contro un altro?
Perchè, al di là di ogni speculazione meramente ideologica, si arriva alla conclusione che il forte sovverte, decide e va a prendersi, quello che vuole e desidera, a suo piacimento.
Fa rabbrividire, almeno nel nostro caso, vedere che il mondo si sta scomponendo, e ricomponendo per influenze, perché in tre o quattro , hanno deciso per tutti, peraltro senza alcun confronto con l’altra parte della terra, alla quale altro non rimane che inorridire. Magra consolazione, perché il Macchiavellismo, di memoria scolastica, oggi fa riflettere. L’idea che “il fine giustifica i mezzi”, ovvero che si possano usare azioni senza scrupoli per ottenere risultati politici, non è solo enunciazione filosofica.









