Sabato 5 Settembre, aggiornato alle 12:37

il 25 Aprile e la Festa della Repubblica, il messaggio della sezione ANPI di Alghero Marisa Musu

il 25 Aprile e la Festa della Repubblica, il messaggio della sezione ANPI di Alghero Marisa Musu
La sezione ANPI di Alghero Marisa Musu, in occasione della festa della Repubblica intende divulgare il messaggio letto durante le celebrazioni dell’80° anniversario della Liberazione e un apposito comunicato relativo alla festa della Repubblica, chiude Salvatore Scala del Direttivo sez. ANPI Alghero

 

“Quest’anno festeggiare il 25 aprile, cioè la Liberazione dal nazifascismo, assume un significato ancor più pregnante ricorrendo gli 80 anni dal 25 aprile 1945.

La lotta partigiana è stata una “liberazione nazionale” o “patriottica” contro l’invasore tedesco, ma anche una “guerra civile” fra italiani fascisti e antifascisti (definizione dello storico Claudio Pavone).

Ciò è avvenuto a seguito dell’armistizio che ha posto sì le basi per la nostra liberazione, ma che ha segnato anche una ferita che non si è ancora rimarginata: quando i nazisti, ancor prima dell’8 settembre, diciamo dalla caduta di Mussolini il 25 luglio 1943 e la sua conseguente prigionia, hanno intuito che non avremmo mantenuto l’alleanza, hanno cominciato ad occupare il suolo italiano, non più da alleati appunto, ma da occupanti. All’indomani dell’annuncio della nostra cobelligeranza con gli Anglo-Americani, i nazisti hanno potuto contare sulla collaborazione dei fascisti italiani, a seguito della liberazione di M. e con la formazione del regime di Salò.

Dunque i partigiani italiani non hanno combattuto soltanto contro i tedeschi nazisti, ma anche contro gli italiani fascisti. Il nostro Paese, letteralmente spaccato in due, è stato liberato dai partigiani (e dagli Alleati), ma è stato liberato non dai nazisti, come da un po’ di tempo si sente dire, ma dai nazifascisti.

Non possiamo dimenticare, anzi, prima ancora, non possiamo cambiare la storia, ciò che è accaduto.

Secondo calcoli effettuati dall’ANPI i Caduti nella Resistenza italiana (in combattimento o eliminati dopo essere finiti nelle mani dei nazifascisti), sono stati complessivamente circa 44.700; altri 21.200 rimasero mutilati o invalidi. Tra partigiani e soldati italiani caddero combattendo almeno 40 mila uomini (10.260 furono i militari della sola Divisione Acqui, Caduti a Cefalonia e Corfù). Altri 40 mila IMI (Internati Militari Italiani), morirono nei Lager nazisti.

Io sono nata a Roma 20 anni dopo la fine della guerra, ma quando si nominava Via Tasso, c’era ancora chi sussultava per la paura.

Chi vuole davvero capire, ricordare per onorare e rendere vivo il 25 aprile, vada al Museo storico della Liberazione di Roma: esso raccoglie documenti originali, cimeli, giornali e manifesti, volantini, scritti e materiali iconografici relativi all’occupazione nazifascista di Roma e alla lotta che valse alla città la medaglia d’oro al valor militare per la guerra di Liberazione nell’ambito della Resistenza italiana.

Questo Museo ha sede nei locali dell’edificio di via Tasso che, durante l’occupazione nazifascista di Roma, è stato il famigerato luogo di reclusione e di tortura da parte delle SS di oltre 2.000 antifascisti, molti dei quali caddero fucilati a Forte Bravetta o uccisi alle Fosse Ardeatine.

Con la complicità dei fascisti romani.

Le celle sono state restaurate così come i tedeschi in fuga le hanno lasciate, abitate dalle memorie e persino dai graffiti originali tracciati da chi vi patì tortura e privazioni prima di perdere la vita; quelle celle sono state e  sono testimoni del dramma e della scelta civile di Italiani di ogni ceto sociale e di ogni credo politico che diedero vita alla Resistenza, testimoni che ci parlano e ci suscitano emozione: non un Museo nel senso più comune del termine, come una mera conservazione di fatti del passato, ma piuttosto un realistico e reale documento storico.

Nella guerra di liberazione c’è stata una parte giusta ed una sbagliata: dalla parte giusta c’erano gli Italiani delle più diverse ideologie e fedi politiche, donne, uomini, ragazze e ragazzi, religiosi, internati in Germania, militari, carabinieri, comunisti, democristiani repubblicani, monarchici, socialisti: e chi sta dalla parte giusta, resta dalla parte giusta, così come chi sta dalla parte sbagliata, resta dalla parte sbagliata.

È stata la presa di coscienza di essere un Paese che voleva restare unito secondo ideali di libertà, di democrazia, di pari opportunità: una guerra patriottica, appunto.

Il 25 aprile non è semplicemente una ricorrenza, è l’anima, il nucleo vitale, il cuore della nostra storia repubblicana, è il nostro sentirci italiani liberi, indipendenti, padroni del nostro destino.

Dal sacrificio delle nostre sorelle e dei nostri fratelli che hanno combattuto per la loro emancipazione dalla dittatura, da tutte le dittature, e che hanno avuto il coraggio, l’orgoglio e la lungimiranza di farlo per i posteri, per tutti noi, si è costruita un’Italia democratica, consapevole dei propri diritti e non più disposta a rinunciarvi.

Senza il 25 aprile non sarebbe nata l’Italia repubblicana, non ci sarebbe stato il 2 giugno, non saremmo quello che siamo.

Per questo non è una commemorazione, ma lo spirito vitale del nostro essere Italiani liberi.

È un insegnamento per tutti noi, che siamo nati dopo la fine del conflitto mondiale, e l’insegnamento sta finanche nella parola “partigiano”: come scrisse Gramsci molto prima della dittatura fascista, nel 1917, nel suo famoso Odio gli indifferenti, partigiano è chi prende una parte, una posizione, chi non resta “indifferente”: le nostre sorelle ed i nostri fratelli non sono “rimasti indifferenti” aspettando che altri facessero il lavoro per loro, non si sono limitati a lamentarsi ed a piangersi addosso: hanno combattuto, si sono messi in gioco, hanno messo in gioco le loro vite.

Dal 25 aprile è nata la nostra Costituzione, scritta dalle nostre madri e dai nostri padri costituenti proprio in virtù di quella liberazione.

E la costituzione su cui tutti i governi dal 1948 in poi giurano fedeltà, è una costituzione antifascista, (i giuristi la definiscono “polemica” per questo motivo) l’antidoto più adeguato, il vaccino più efficace perché mai più in Italia un dittatore abbia la possibilità di toglierci la libertà ed il diritto ad autodeterminarci.

La Costituzione ed il suo proclamato antifascismo sono una testimonianza di fermezza e di solidarietà rivolta a tutti noi. Se analizziamo il significato profondo della parola “testimonianza” essa vuol dire “dichiarazione, prova che rende atto di qualcosa”: vuol dire quindi che la Costituzione nata dalla Resistenza e dall’antifascismo, rende attuali questi principi, cioè li mette in atto. Essa è dunque programmatica ed aperta: programmatica perché la Costituzione non mira soltanto a sancire regole precise, ma stabilisce obiettivi ed indirizzi, non è solo una ratifica di ciò che si è fatto, ma guarda al futuro: Piero Calamandrei, uno dei Padri Costituenti, diceva che la Costituzione è “una rivoluzione promessa” che deve essere attuata ogni giorno, e di conseguenza è aperta perché ha un elevato tasso di elasticità che le permette di durare nel tempo.

Certo molto rimane da fare: uguaglianza e libertà sono parole da sostanziare con i fatti, pensiamo ad esempio al drammatico problema della povertà (oggi in Italia si stima che circa 13 milioni di persone vivano in povertà, di cui 9,7 milioni in povertà assoluta) e delle gravi disuguaglianze sociali e di genere; del lavoro, fondamento della nostra Repubblica, come non a caso recita l’articolo 1 comma 1 della Costituzione, malpagato e precario, della carenza di case o dei suoi costi troppo elevati; della difficoltà di potersi garantire cure sanitarie, nonostante la Costituzione all’articolo 32 esige di assicurare le cure pubbliche e gratuite (per fasce di età, per livello di  contribuzione e per tipologie di malattie) per tutti i cittadini; della questione ambientale e dei cambiamenti climatici, che la Costituzione ricorda all’articolo 9, e che colpiscono in misura maggiore le fasce sociali più deboli.

Su questi temi ripetutamente si sono pronunciati sia Papa Francesco che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Papa Francesco, scomparso lunedì scorso, con le Encicliche Laudato Sii e Frates omnes richiama alla giustizia sociale, al sostegno per gli ultimi (“gli scarti”: i poveri, gli immigrati, i detenuti) e alla tutela dell’ambiente (“la Madre Terra”), in piena sintonia con il più vero messaggio evangelico: Cristo che si rivolge agli “ultimi della terra”.

Il Presidente Mattarella, nel consueto messaggio di fine anno lo scorso 31 dicembre, ha così ricordato gli 80 anni dalla Liberazione:

“Essa è fondamento della Repubblica e presupposto della Costituzione… Reca con sé il richiamo alla liberazione da tutto ciò che ostacola libertà, democrazia, dedizione all’Italia, dignità di ciascuno, lavoro, giustizia. Sono valori che animano la vita del nostro Paese, le attese delle persone, le nostre comunità. Si esprimono e si ricompongono attraverso l’ampia partecipazione dei cittadini al voto, che rafforza la democrazia; attraverso la positiva mediazione delle istituzioni verso il bene comune…Siamo chiamati a consolidare e sviluppare le ragioni poste dalla Costituzione alla base della comunità nazionale. È un’impresa che si trasmette da una generazione all’altra. Perché la speranza non può tradursi soltanto in attesa inoperosa. La speranza siamo noi. Il nostro impegno. La nostra libertà. Le nostre scelte.”

Delle parole di Mattarella vorrei sottolineare come abbia posto l’accento sull’attualità della Costituzione nata dal 25 aprile, richiamando tutti noi all’impegno, a volte gravoso perchè responsabilizzante, della partecipazione al voto, un bene prezioso che noi nati dopo la dittatura fascista forse non sappiamo più apprezzare nel modo giusto. E come questa partecipazione sia la scelta più importante del nostro essere cittadini, perché la scelta presuppone la libertà. È un monito quello di Mattarella che ci dice che oltre la democrazia c’è solo la dittatura, o l’oligarchia, il governo di pochi, o peggio, la plutocrazia, il governo dei ricchi, una minoranza sempre più ristretta che comanda sulla maggioranza spesso incapace di far sentire la sua voce.

Non possiamo oggi non ricordare il valore del Manifesto di Ventotene Per un’Europa libera, scritto a più mani da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, durante il confino a Ventotene e il terzo poi ucciso dai fascisti (della famigerata Banda Koch nel 1943). Essi divisero il loro destino con uomini e donne come Sandro Pertini, Luigi Longo, Umberto Terracini, Giorgio Amendola, Lelio Basso, Mauro Scoccimarro, Giuseppe Romita, Pietro Secchia, Giovanni Roveda, Walter Audisio, Giuseppe Di Vittorio e Camilla Ravera, luminosa figura di donna combattente per la libertà, dirigente dell’Unione Donne Italiane e rappresentante del Partito Comunista Italiano alla Camera per due legislature dal1948 al 1958; dopo il ritiro a vita privata, l’8 gennaio 1982 fu nominata senatrice a vita da Sandro Pertini, prima donna a ricevere questa nomina.

Il regime fascista per non arrecare pericolo allo Stato, inviò sull’isola, per 13 anni, donne e uomini coraggiosi, allontanandoli dalle loro attività e dai loro affetti per fiaccarli, svilirli e umiliarli nella loro dignità, li riunì in modo coatto, ma inconsapevolmente, trasformò l’isola in un’occasione speciale e irripetibile per la storia futura del nostro paese, perché è proprio a Ventotene che si forgiò la classe politica della futura Repubblica. L’isola da luogo di umiliazione, si trasformò in luogo di testimonianza e di riscatto per tutti coloro che, opponendosi alla violenza e alla sopraffazione, decisero di difendere, con quella dignità che il regime sperava loro di togliere, le proprie idee.

Per finire al confino bastava veramente poco, come si evince dalle oltre 12.000 ordinanze emesse dalle Commissioni Provinciali: partecipare al funerale di un amico comunista, deporre fiori sulla tomba di un antifascista, ironizzare o raccontare barzellette sul fascismo o sulla figura di Mussolini, diffondere notizie ascoltate da una radio straniera, leggere libri ritenuti sovversivi, cantare inni considerati rivoluzionari, anche in abitazioni private. Festeggiare il primo maggio era poi considerata un oltraggio per il regime fascista.

Diversamente dal vecchio domicilio coatto, il confino non era una condanna stabilita dal potere giudiziario, ma una misura preventiva volta a liberarsi degli oppositori politici senza ricorrere ad un processo e soprattutto senza l’esibizione delle prove.

La durata del confino era variabile da uno a cinque anni ma spesso allo scadere del periodo assegnato si utilizzava il meccanismo del rinnovamento perché il confinato non aveva dato segni di ravvedimento e costituiva dunque ancora pericolo per lo Stato.

È in questo clima che Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni sognarono un’organizzazione europea sul modello federale, la sola capace di evitare un’altra guerra catastrofica e garantire un ruolo politico ed economico all’Europa nel complesso scenario internazionale. Idea per molti aspetti rimasta incompiuta, ma comunque dei passi in quella direzione li abbiamo pur fatti, lo potremmo definire un cammino in fieri, ostacolato dal ritorno dei nazionalismi – i sovranismi di oggi – vera tragedia del XX secolo, causa di due guerre mondiali.

Per questo è ancor più inquietante il sempre più diffuso fenomeno di gruppi di neofascisti e neonazisti che impunemente manifestano in Europa e in Italia, con gesti e azioni che si richiamano in modo arrogante a ideologie di violenza e di morte ormai sconfitte dalla storia.

Oggi noi siamo chiamati a seguire la strada che i nostri fratelli e le nostre sorelle ci hanno così coraggiosamente mostrato in quel lontano eppur vicino 25 aprile 1945.

W il 25 aprile, W la Resistenza

(Testo scritto e letto da Laura Viglietto per la sezione A.N.P.I. di Alghero Marisa Musu in occasione delle celebrazioni dell’80° anniversario della Liberazione dal nazifascismo)

 

 

 

FESTA  DELLA  REPUBBLICA  – 2 GIUGNO 2025

 

2 giugno 2025, festa della Repubblica, Repubblica scelta democraticamente mediante il referendum popolare del 2 giugno 1946 a cui partecipò circa il 90% degli aventi diritto e tra questi, per la prima volta per votazioni a carattere generale, le donne. Il film di Paola Cortellesi C’è ancora domani esprime in modo delicato ed efficace il desiderio di cambiamento di un popolo, quello femminile in particolare, per la conquista di libertà, diritti e uguaglianza. Quello stesso giorno gli italiani votarono per l’elezione dei membri dell’Assemblea costituente, organo che approvò la nostra Costituzione repubblicana, nata dalla Resistenza. La scelta referendaria e l’elezione dei membri dell’Assemblea costituente con votazioni libere e democratiche si poterono ottenere per il sacrificio di tanti partigiani, antifascisti, militari e comuni cittadini mentre negli altri Paesi sconfitti le Costituzioni vennero imposte dalle potenze  vincitrici.

In un tempo attraversato da guerre devastanti e da forti tensioni internazionali – le guerre in Ucraina e a Gaza sono le più conosciute ma molte altre causano morte, sofferenze e fame –  rivolgiamo un appello al presidente della Repubblica Mattarella e al Governo affinché si adoperino urgentemente per il cessate il fuoco e la pace nella giustizia tra le parti in conflitto.

 

W la Resistenza, W la Repubblica, W la Pace

 

La sezione A.N.P.I. di  Alghero Marisa Musu


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