Mercoledì 10 Agosto, aggiornato alle 15:51

La Sardegna sta per essere assoggettata alla servitù energetica fra silenzi, greenwashing e fumo negli occhi.

La Sardegna sta per essere assoggettata alla servitù energetica fra silenzi, greenwashing e fumo negli occhi.

Nei giorni scorsi è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea il bando di gara (830 milioni di euro, ma l’investimento complessivo è pari a 3,4 miliardi di euro) per la realizzazione del Thyrrenian Link, il nuovo doppio cavo sottomarino di Terna s.p.a. con portata 1000 MW, 950 chilometri di lunghezza complessiva, da Torre Tuscia Magazzeno (Battipaglia – Eboli) a Termini Imerese, alla costa meridionale sarda.

Dovrebbe esser pronto nel 2027-2028, insieme al SA.CO.I. 3, l’ammodernamento e potenziamento del collegamento fra Sardegna, Corsica e Penisola con portata 400 MW, che rientra fra i progetti d’interesse europeo.

Al termine dei lavori, considerando l’altro collegamento già esistente, il SA.PE.I. con portata 1000 MW, la Sardegna avrà collegamenti con una portata complessiva di 2.400 MW.

Il motivo del potenziamento della rete elettrica di interconnessione, rientrante negli obiettivi comunitari, è esplicitato chiaramente: “in Sicilia, in Sardegna e soprattutto in Campania c’è una forte produzione da fonti rinnovabili non programmabili, solare ed eolico, in costante aumento. Il Tyrrhenian Link migliorerà la capacità di scambio elettrico e quindi si potranno utilizzare al meglio i flussi di energia da fonti rinnovabili favorendone lo sviluppo”.

Completa il quadro – a cui annuisce l’attuale Ministro della Transizione Ecologica Antonio Cingolani – l’amministratore delegato del Gruppo ENEL Francesco Starace, secondo cui lo “scenario ipotizza l’installazione, a Thyrrenian link in esercizio, di un gigawatt di batterie e circa 4/5 gigawatt di potenza di rinnovabili in più rispetto a quanto abbiamo adesso. Oltre agli ovvi benefici ambientali, come la scomparsa di fatto dell’anidride carbonica prodotta dalle fonti fossili, un piano del genere svilupperebbe investimenti sull’intera filiera da qui al 2030 di 15 miliardi di euro, un indotto più che doppio e una occupazione tra i 10 e i 15mila addetti qualificati e specializzati”.

Ormai evitato il ricorso al metano (e le conseguenti opere pubbliche, pesanti sul piano ambientale e finanziario), ecco il nuovo corso della Sardegna green, con energia eolica e solare (fotovoltaica).

Ma a chi serve questo enorme quantitativo di energia che sarebbe prodotta, considerato che l’energia prodotta in Italia ogni anno è di gran lunga superiore alla domanda?[1]

Il dato fondamentale della “fotografia” del sistema di produzione energetica sardo (energia richiesta in Sardegna: GWh 9.171,5 energia prodotta in più rispetto alla richiesta: GWh +3.491,5, dati TERNA 2019) è che oltre il 38% dell’energia oggi prodotta “non serve” all’Isola e viene esportato verso la Penisola grazie alle connessioni oggi esistenti ovvero viene disperso in quanto non utilizzato ((i sistemi di accumulo e conservazione, al di là delle favole raccontate da Francesco Starace, sono ancora in fase di studio o sperimentale).

In Sardegna, al 20 maggio 2021, risultavano presentate ben 21 istanze di pronuncia di compatibilità ambientale di competenza nazionale o regionale per altrettante centrali eoliche, per una potenza complessiva superiore a 1.600 MW, corrispondente a un assurdo incremento del 150% del già ingente comparto eolico isolano.

A queste si somma un’ottantina di richieste di autorizzazioni per nuovi impianti fotovoltaici.

Complessivamente sarebbero interessati più di 10 mila ettari di boschi e terreni agricoli.

Ormai il quadro è chiaro, a mare e in terra la Sardegna sembra proprio destinata a diventare una piattaforma di produzione energetica, un’Isola destinata all’ennesima servitù, la servitù energetica.

Nessuna adeguata e puntuale pianificazione delle reali necessità energetiche nazionali e locali, nessun  meccanismo legale di chiusura coercitiva di impianti produttivi di energia da fonti fossili[2], eccessivo spazio offerto alla produzione energetica da biomasse (il che significa incremento dei tagli boschivi), palese contrarietà alla normativa comunitaria per la salvaguardia degli habitat naturali e semi-naturali (direttiva n. 92/43/CEE) e la difesa delle acque e del suolo (direttive n. 08/105/CE e n. 06/118/CE).

La delega contenuta nell’art. 5 della legge 22 aprile 2021, n. 53 (legge di delegazione europea) sull’attuazione della direttiva n. 2018/2001/UE sulla promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili prevede esplicitamente l’emanazione di una specifica  “disciplina per l’individuazione delle superfici e delle aree idonee e non idonee per l’installazione di impianti a  fonti  rinnovabili  nel rispetto delle esigenze di tutela  del  patrimonio  culturale  e  del paesaggio, delle aree agricole e forestali, della qualita’ dell’aria e dei corpi idrici, nonche’ delle specifiche competenze dei Ministeri per i beni e le attivita’ culturali e per il turismo, delle politiche agricole alimentari e forestali e dell’ambiente e  della  tutela  del territorio e del  mare,  privilegiando  l’utilizzo  di  superfici  di strutture edificate, quali capannoni industriali e parcheggi, e  aree non  utilizzabili   per   altri   scopi”.

Disciplina a oggi non emanata.

Però la scelta sembra proprio già fatta, alla faccia di quanto espresso pubblicamente anche dal  Presidente della Repubblica Sergio Mattarella (“Niente offese al paesaggio, bellezza e cultura sono nostre identità”, lettera aperta pubblicata su Vanity Fair, 26 maggio 2021), con forte preoccupazione e contrarietà per le ventilate disinvolte modifiche normative contenute principalmente sul proposto ennesimo “Decreto Semplificazioni 2021”, finalizzato a sveltire le procedure per attuare il piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) italiano finanziato con i fondi comunitari del Next Generation EU.

Nel silenzio generale, mentre anche associazioni come la Coldiretti, che dovrebbe rappresentare i primi interessati alla conservazione dei suoli agricoli, accusa Gazze e Fenicotteri dei peggiori danni all’agricoltura e al territorio.

Nel silenzio generale, pur essendo l’attuale Amministrazione regionale Solinas ampiamente informata in proposito e una bella fetta delle monadi indipendentiste sarde impegnate nella fondamentale tenzone del tifare contro l’Italia ai Campionati europei di calcio (con ottimi risultati, per l’Italia).

Nel silenzio generale di forze politiche e sociali, forse poco interessate all’argomento.

Nel silenzio generale, pur essendo stati coinvolti nel tavolo della concertazione (maggio 2021) con Regione autonoma della Sardegna, Ministero della Cultura e Terna s.p.a., di Enti locali, associazioni agricole e alcune associazioni ambientaliste (Città Metropolitana di Cagliari, i comuni di Selargius, Settimo San Pietro, Quartucciu, Sinnai, Maracalagonis, Quartu Sant’Elena, Agenzia del Demanio, ARPA Sardegna, Legambiente, LIPU, WWF, Italia Nostra, Confagricoltura e Coldiretti).  Alcune di quest’ultime già arruolate per sostenere la Sardegna green senza se e senza ma.

Ma lo vogliamo dire – senza ipocrisie, greenwashing e fumo negli occhi  che la Sardegna (con la Sicilia) sarà il prossimo “hub energetico del Mediterraneo”?

Ma stavolta qualcuno s’è almeno degnato di informare i cittadini sardi (e siciliani) e di chiedere il loro parere?” chiude la nota  diel Gruppo d’Intervento Giuridico odv a firma di Stefano Deliperi


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