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L’opinione di Giancarlo Balbina: il lavoro, i diritti, la sopravvivenza e l’umiliazione. Basta far west

L’opinione di Giancarlo Balbina: il lavoro, i diritti, la sopravvivenza e l’umiliazione. Basta far west

Di seguito l’opinione di Giancarlo Balbina, un giovane del partito Democratico che prova ad accendere i fari verso il mondo lavorativo. Un intervento che parte da presupposti oggettivi, e mette a fuoco il “tema dei temi”, quello del lavoro, che a sentire quanto ci circonda, è relegato in un angolo , trattato con sufficiente fastidio, al punto che chi si cimenta in queste urticanti tematiche, risulta essere una voce fuori dal coro, stonata. I giovani di oggi, quelli che si affacciano al mondo del lavoro, che si offrono, sovente sono una classe di “vinti”, perché su di loro si è abbattuta la scure della divisione, con conseguente incapacità di opporsi alle condizioni di un mercato che esalta le precarietà e non vuol sentire parlare di diritti. Giancarlo Balbina prova a uscire dal coro silente, e c’è solo da vedere se altri lo seguiranno.

Da qualche tempo, quella del lavoro sembra essere diventata una questione secondaria, e i giovani, ma anche i meno giovani, sembrano accettare supinamente questo dato di fatto invece di mobilitarsi contro il silenzio delle istituzioni. In Italia multinazionali senza scrupoli guidate da anonimi fondi speculativi possono licenziare centinaia di operai con un semplice clic, senza che nessuno si muova.  Ma così non va, perché non occuparsi di lavoro equivale a non occuparsi della vita reale delle persone.  Questa non è libertà economica: è economia antisociale. Se è vero che occorre premiare e stare dalla parte degli imprenditori seri ed onesti, è altrettanto vero che è necessario combattere in modo inflessibile chi svolge la propria attività economica senza rispetto della dignità umana. La tematica del lavoro, infatti, deve ritornare ad essere insieme ricerca di una buona occupazione e quella di un salario  “vitale” che possa consentire a tutti di vivere in modo degno la propria vita. Non basta essere occupati, se si vive costantemente di lavoro precario e sottopagato; tuttalpiù si sopravvive, umiliati, e, spesso, assistiti dalle stesse famiglie di provenienza. Bisogna chiarirlo una volta per tutte: una società che garantisce a pochi ricchezze inaudite e ai molti una stentata sopravvivenza è una società che non ha futuro. E’ da diversi decenni che il lavoro, sia che si tratti di lavoro dipendente o da partita IVA, viene svalutato, che si taglia inopinatamente sui diritti, e non si investe sulla formazione e sulle politiche attive dei lavoratori. Fior di riforme giuslavoriste sono miseramente fallite, perché hanno puntato ad una flessibilità sempre più accentuata, che ha finito per normalizzare il lavoro precario e quello nero e per disincentivare i contratti a tempo indeterminato.  Sono tanti i dipendenti costretti ad aprirsi una partita Iva per poter lavorare. E  la rassegnazione  dei giovani su questo stato di cose è il primo vero ostacolo da superare. La pandemia, per certi versi, ha drammatizzato la situazione: solo il blocco dei licenziamenti ha impedito che si dispiegasse una vera e propria macelleria sociale. 

 

Un blocco che doveva essere mantenuto almeno sino alla riforma in itinere degli ammortizzatori sociali. Ciò che il Governo Draghi deve evitare è una ripartenza dell’economia arruffata e piena di buchi neri, i cui costi vengano poi scaricati, ancora una volta, sulla pelle dei meno tutelati. Nel 2018 gli investimenti in politiche attive per ogni disoccupato non superavano l’8 per cento del PIL, mentre quelli in servizi per l’impiego erano prossimi allo zero. Quasi niente, rispetto ad altri paesi. Al problema annoso delle scarse risorse, si aggiunge una mancanza di coesione nazionale, in quanto della materia si occupano distintamente le Regioni, e l’ANPAL, quale ente nazionale, appare perso in un guazzabuglio normativo incapace di coordinare un orientamento comune. In Sardegna la situazione del lavoro è preoccupante: un sardo su tre risulta disoccupato (ad Alghero siamo oltre il 40%), e, fra gli occupati più giovani, precarietà e stagionalità, sono dilaganti. Non solo: nell’isola si percepiscono, in media, i salari più bassi del paese, e questo incide pesantemente sul numero dei cosiddetti working poor, cioè dei lavoratori poveri. Occorre recepire, quindi, al più presto, la Direttiva Europea per un salario minimo adeguato, che possa incidere sulla diminuzione effettiva delle disuguaglianze entro la fascia medio-bassa di reddito. Un’altra strada politica da perseguire per creare lavoro in Sardegna è l’istituzione delle ZES, Zone Economiche Speciali, capaci di attrarre investimenti e imprese serie e responsabili in territori svantaggiati. Insomma, l’Italia deve ripartire, ma non ha bisogno di un ennesimo Far West, ovvero della tracotanza di chi ha il coltello sempre dalla parte del manico e lo usa contro i lavoratori e le loro famiglie. C‘è bisogno, viceversa, di equità e di più diritti e, soprattutto, di politiche economiche inclusive capaci di rimettere in moto l’ascensore sociale delle opportunità da troppi anni ormai colpevolmente fermo. chiude Giancarlo Balbina  per il Partito Democratico Alghero


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