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Chioschi e stabilimenti fissi sulle spiagge sarde, la Corte Costituzionale dichiara illegittima la norma regionale

Chioschi e stabilimenti fissi sulle spiagge sarde, la Corte Costituzionale dichiara illegittima la norma regionale

Giù la mani dal demanio marittimo!

 

La Corte costituzionale, con sentenza n. 101 del 20 maggio 2021, ha dichiarato illegittima la norma regionale (art. 2, comma 1°, lettera a, della legge regionale Sardegna n. 3 del 21 febbraio 2020) che, a semplice domanda del concessionario, consentiva la permanenza di chioschi e stabilimenti sulle spiagge della Sardegna. Un’oscenità. Di fatto, la privatizzazione strisciante delle spiagge sarde. Accolto il ricorso governativo, a sua volta sollecitato dall’istanza del Gruppo d’Intervento Giuridico.

Così afferma la Corte: “Nel nuovo comma 1-bis è stabilito che «il posizionamento delle strutture di facile rimozione a scopo turistico-ricreativo è ammesso per l’intero anno solare». Dalla formulazione letterale della disposizione si evince che il legislatore regionale autorizza ex lege il posizionamento delle strutture sugli arenili, dietro comunicazione di almeno dieci mesi di operatività. Si tratta, infatti, di un’asserzione, rivolta a chicchessia, per cui il mantenimento di tali manufatti in situ per tutto l’anno è senz’altro ammesso, e che, proprio per questo, è lesiva dell’art. 146 cod. beni culturali.     Si deve, inoltre, considerare che nell’art. 43 della legge reg. Sardegna n. 8 del 2015 non sono altrove presenti riferimenti alla necessità dell’autorizzazione paesaggistica. Anzi, l’unico richiamo testuale a tale autorizzazione è inserito nella disposizione in cui si è stabilito che la sua efficacia, per le strutture ubicate nella fascia dei trecento metri dalla battigia marina, è prorogata sino alla scadenza del titolo concessorio demaniale, e, fuori dal demanio, «fino al perdurare della relativa esigenza», in palese violazione dell’art. 146, comma 4, cod. beni culturali, che ne definisce l’efficacia temporale quinquennale (si veda, con riferimento a una legge della Regione Siciliana, la sentenza n. 172 del 2018).”.

La giurisprudenza costituzionale è chiara, netta, costante:  «Il mantenimento delle opere precarie in questione» – come questa Corte ha già affermato – non può certo avvenire «in mancanza della necessaria positiva valutazione di compatibilità paesaggistica» (sentenza n. 232 del 2008), potendosi determinare uno sfruttamento delle coste che svilirebbe le loro bellezze naturali. È chiaro che, in assenza del controllo periodico delle autorità paesaggistiche preposte alla tutela del vincolo, la legge regionale che permette di posizionare, per tutto l’anno, le strutture turistico-ricreative, può produrre un danneggiamento, indiscriminato, del valore preminente connaturato al litus maris”.

Decisamente stupefacente l’interpretazione fornita dal Presidente della Regione autonoma della Sardegna Christian Solinas e dall’Assessore regionale dell’urbanistica Quirico Sanna: partendo dal presupposto che la Corte costituzionale ha affermato “che non esiste incompatibilità tra la legislazione regionale che consenta il posizionamento di manufatti per l’intero anno e la legislazione statale sulla tutela dei beni paesaggistici, se la prima garantisce che l’attuazione della seconda sia, senza eccezioni, assicurata”, per costoro sarebbe sufficiente un’autorizzazione paesaggistica (art. 146 del decreto legislativo n. 42/2004 e s.m.i.) della durata quinquennale per mantenere chioschi e stabilimenti tutto l’anno, “dimenticando” che in Sardegna l’art. 10 bis della legge regionale n. 45/1989 e s.m.i. e la normativa di attuazione del piano paesaggistico regionale (artt. 19-20 delle N.T.A. del P.P.R. – 1* stralcio costiero, esecutivo con D.P. RAS 7 settembre 2006, n. 82) inibiscono opere permanenti (perché tali sarebbero) nella fascia costiera.

Non pare proprio possibile il rilascio di un’autorizzazione paesaggistica per chioschi permanenti sulle spiagge in palese e radicale contrasto con normativa e disciplina di pianificazione paesaggistica.

Al di là delle fantasiose interpretazioni regionali, questa pare esser proprio la prima di una serie di pronunce della Corte costituzionale che andranno a frustrare le antistoriche iniziative legislative di sostegno alla peggiore speculazione immobiliare adottate dall’attuale Giunta regionale Solinas, che, purtroppo, amministra la Sardegna

Solo pessimi esempi di politica ambientale, norme illegittime adottata per favorire interessi particolari: finite tutte davanti alla Corte costituzionale come avvenuto per le leggi regionali sarde scempia-coste concernenti gli incrementi volumetrici nelle zone costiere e in quelle agricole (legge regionale n. 1/2021) privatizzazione strisciante delle spiagge mediante permanenza di chioschi e altre strutture balneari (la legge regionale 21 febbraio 2020, n. 3), l’ennesima illegittima proroga del c.d. piano casa (la legge regionale 24 giugno 2020, n. 17) e riguardo l’interpretazione autentica (legge regionale 13 luglio 2020, n. 21) che consentirebbe la riscrittura del piano paesaggistico regionale (P.P.R.) nelle sue parti fondamentali (fascia costiera, zone agricole, beni identitari). Ora la prima sentenza della Corte costituzionale, prevedibile, negativa” – chiude la nota del Gruppo d’Intervento Giuridico odv a firma di Stefano Deliperi

foto d’archivio


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